Venerdì 17
Se si guarda alla storia scaramantica del numero 17 si scopre che noi siamo quelli fortunatissimi.
La R17 in Italia non c’è mai arrivata. O meglio, per essere venduta da noi, ha dovuto cambiare nome, mascherare il 17 in un più accettabile 177. Perché? Beh, perché da noi il 17 porta notoriamente sfiga.
Da noi, nel senso che solo noi italiani lo pensiamo: noi italiani e quel grecaccio di Pitagora. A lui e ai suoi seguaci non andava giù che quel numero si infilasse tra due cifre simbolo di perfezione. Il 16, cioè il quadrato puro (4X4), e il 18, cioè il rettangolo puro (6X3). Un po’ da maniaci, ma d’altra parte i pitagorici una setta erano.
I Romani a queste cose non badarono fino al 9 dopo Cristo, cioè alla battaglia di Teutoburgo. Quella del tradimento di Arminio. Quella che andò talmente male che il generale romano Publio Quintilio Varo si suicidò per la vergogna. Quella che sconvolse talmente Augusto che per questo si fece crescere barba e capelli e, secondo Svetonio, ogni tanto prendeva a testate una porta e gridava «Varo ridammi le mie legioni». Le legioni che erano state distrutte erano ben tre: la 17, la 18, la 19.
Una sconfitta senza precedenti: per scaramanzia, per tutta la restante storia di Roma, la diciassettesima legione (così come la diciottesima e la diciannovesima) non verrà mai ricostituita. Era rognata nel nome.
Che poi un po’ era vero. Nel senso che diciassette i Romani lo scrivevano così: XVII, che è l’anagramma di VIXI, che significa vissi, che significa che sono morto.
I cristiani poi ci hanno messo il loro. Le Scritture infatti dicono che il diciassettesimo giorno del secondo mese dell’anno iniziò il Diluvio Universale. Tutti morti tranne Noè e il suo zoo. Diciamo una pessima giornata per tutti tranne Noè e famiglia.
Ora, essendo noi tutti, almeno stando alla Bibbia, figli suoi… beh, facciamo parte della parte fortunata del mondo. Che allora, così come è oggi, è la parte che sta sull’arca e non in mare.


