Quest'Italia Matta-rella
Tristemente nostalgico dei discorsi di fine anno di Sandro Pertini, vivo sempre con delusione quelli dei presidenti dopo di lui in carica, tant’è che da qualche anno, all’ascolto in diretta, preferisco le sintesi dei giornalisti di Palazzo.
Il plauso arrivato da destra e da sinistra del saluto alla nazione di Sergio Mattarella, mi ha fatto temere il peggio. Quindi mi sono procurato l’intero discorso e mi sono accorto che il peggio era ben peggiore di quanto mi ero immaginato.
Nelle tre paginette del saluto presidenziale manca tutto, tranne una fastidiosa accondiscenza al governo di Giorgia Meloni.
L’incipit è dedicato alle case ucraine devastate dai bombardamenti, ma - per non irritare Matteo Salvini - non viene detto chi bombarda.
Quindi tocca alla devastazione di Gaza, ma anche in questo caso - per non infastidire Giorgia - nessun cenno a Benjamin Netanyahu.
Si scopre, qualche periodo più in là, che «la costruzione della pace è atto fondato della nostra Repubblica», quando invece il dettato costituzionale all’articolo 11 dice che «l’Italia ripudia la guerra», che non è proprio la stessa cosa.
Di mancanze ce ne sono una per ogni capoverso, ma quel che salta agli occhi è che non compare mai la parola “monarchia”, non compare “dittatura”, non compare “fascismo”, manco per sbaglio “antifascismo” e mai e poi mai “Resistenza”.
Ed è ben bizzarro perché Mattarella ha dedicato il suo discorso a un lungo excursus sugli ottant’anni della Repubblica italiana, quella nata dalla sconfitta di Benito Mussolini e dal trionfo della Resistenza e dei suoi valori antifascisti.
Alcuni passaggi rasentano la comicità, per esempio il presunto grande ruolo internazionale dell’Italia, quello che attualmente ha solo in qualità di cameriera di Mister Donald Trump.
Tralascio il resto, per carità di Patria, tranne per una nota finale: nelle conclusioni Sergio Mattarella invita i giovani a «sentirsi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna». Quella generazione, quella vera che restituì l’Italia agli italiani e quindi alla sua dignità, era quella dei partigiani, giovani e non giovani, insomma i compagni d’arme del comandante Sandro Pertini.
Brutto brutto discorso quello di Sergio Mattarella, tanto da sembrar scritto dal collezionista di busti del Duce, Ignazio Maria Benito La Russa.
Diario Quotidiano - giorno 2, anno VI




Il guaio nostro è che abbiamo come faro U Sandru, come lo chiamavano i suoi compagni in montagna e allora quelli dopo hanno un confronto immane.