Non sarò mai una donna, ora lo so
Oggi è l'8 marzo, scusate: lotto marzo
Non sono mai stato una grande donna. Non che non ci abbia provato e, quasi certamente, nel provarci sono pure scivolato nel più classico patriarcato.
Poi è arrivata lei e mi ha spiegato, che non vuol dire che io abbia imparato, cosa sia essere nati dall’altra parte della barricata di genere: mia figlia.
Sfighe varie legate al parto e nella vita han fatto sì che dovessi essere un padre presente, più di quanto è consuetudine (o almeno era consuetudine) esserlo un quarto di secolo fa.
Questo portò a un accudimento, che mal interpretato è la base dell’errore maschile che vorrebbe femminile fragilità, femminile necessità di protezione e tutte quelle cose lì che si portano con sé un’implicita superiorità naturale del maschio. L’essere più forti. L’essere gli uomini con la clava che cacciano e proteggono dai pericoli.
Poi la bestiolina, che prima mi stava su un avambraccio, ha cominciato a crescere e crescere sul serio. E io ho fatto, più di talvolta malamente, montessoriani passi indietro. Quella roba dell’aiutarla a non aver bisogno di me. Liberarla.
E prima qualche svolazzo, poi un po’ più in là, quindi ha dispiegato le sue ali. Sullo screenserver, o come si chiama, del mio smartphone è ancora una cucciola, ma lo è rimasta solo lì. Ora, e da un po’, è una donna. Una di quelle toste che rivendicano il loro posto nel mondo.
Io la guardo e imparo. Innanzitutto a starmene al mio posto. Senza clava. Senza ansia protettiva. Senza cavalieri, principesse e barbie. Senza tradizioni da rispettare. Senza quel “si deve” o “si dovrebbe” che è figlio di millenaria maschia dominazione.
Simone De Beauvoir è autrice di quella frase diventata aforisma: «Non si nasce donna: si diventa». Oggi è l’otto marzo o Lotto marzo come si usa scrivere da qualche decennio… e io non sono una donna e non lo sarò mai. Lo so perché me lo ha insegnato mia figlia.


