L’Iran ammazza e noi suoniamo il clacson
In Iran ammazzano, imprigionano, torturano e noi… zitti.
Non intendo noi quattro pirla che al più aderiamo a una manifestazione solidale agli oppositori del regime di Teheran, ma i guerrafondai alla Donald Trump: esportatori della loro bizzarra idea di democrazia, rapitori di capi di stato, gendarmi del mondo a discapito di qualsivoglia diritto internazionale.
Già, come mai? La ragione si chiama petrolio, non quello iraniano, bensì quello di Hormuz.
Hormuz è uno stretto largo dieci volte quello di Messina, è la “porta” marina di entrata e di uscita dal Golfo Persico: due chilometri per corsia da cui ogni giorno passano venti milioni di barili di “oro nero”, cioè il venti per cento della produzione mondiale di greggio.
L’Iran quello Stretto può fermare e fermandolo noi tutti andremmo gambe all’aria. Crisi economica dagli effetti catastrofici per tutti. Stati Uniti per primi, le monarchie petrolifere alla Bin Salman subito dopo.
Pazzesco, non trovate? Tanta retorica e poi sempre lì siamo: all’oro nero e più ancora al fatto che nell’ordine mondiale i soldi contano e contano soltanto quelli.
Teheran, la sua spietata teocrazia, sta insomma in una botte di ferro, anzi un barile di ferro, e quel che ci dovrebbe far sorridere amaro è che ogni volta che parliamo di pannelli solari, risparmio energetico, pale eoliche, parliamo - tra le altre cose - di come disarmare dittatori, regimi, autocrati e un po’ pure gli Stati Uniti.
Invece, facciamo finta sia solo una questione new age, da frichettoni, da figli dei fiori.
L’Unione Europea con l’obiettivo della neutralità energetica, cioè di produrre alternativamente quel che gli serve senza restare sotto ricatto di chiunque produca fossili, stava cambiando l’equilibrio del mondo… stava.
Diario Quotidiano - giorno 12, anno VI



