Il fantasma rosso di San Barnaba
Un Cristo velato, una chiesa che chiude e il racconto di chi ha visto l'orrore tra Hutu e Tutsi. Cronaca di una mattinata sospesa.
La strada dell’ospedale ha due marciapiedi. Uno è largo: c’è edicola, bar, fioraio. L’altro è stretto, tanto che ci si fa fatica a passare in due. I più prendono quest’ultimo. Chi per aggiungere spazio tra sé e la malattia che si è lasciato alle spalle, chi per rimandare il doverla affrontare.
La donna con il passeggino ferma la mia fuga. Per farla passare sono obbligato a entrare nel vestibolo della chiesa, che lì è d’angolo. La neomamma passa. Riprendo la via, ma solo per qualche falcata. Non sono mai entrato a San Barnaba, ma ne ho così tanto sentito parlare che è come se ci fossi sempre stato.
Ritorno sui miei passi e cerco di scorgere un segno d’ingresso nelle porte laterali, sbagliando tutto. Qui si accede infilandosi nel grande portale principale.
È vuota come del resto mi aspettavo. Un vecchio prete sta entrando nel confessionale, incerto. Forse vuol capire se ho bisogno del sacramento. Mi affretto a sedermi su una delle panche.
Alcune persone chine nei pressi dell’altare stanno pulendo. Davanti al pulpito il crocifisso galleggia nell’aria aiutato da fili di nylon trasparente. Della croce però non si vede nulla e anche il corpo del Cristo è celato da un troppo rosso damascato. La scena ha un che di surreale, sembra un fantasma che al drappo bianco ha sostituito qualcosa di modaiolo.
«È perché siamo in Quaresima» dice il prete, quasi rispondendo alla mia blasfemia di aver associato il sacro corpo a uno spettro cool.
Poi con accento veneto aggiunge, sorprendendomi, vengo dal Ruanda, sono un eroe nazionale lì. E senza che io dica nulla. Ma proprio nulla. Comincia a raccontare. Mi dice di aver salvato tanti bambini. Mi dice dei milioni di morti tra Hutu e Tutsi. Mi dice di quel sermone nel quale disse che le due etnie devono imparare a vivere insieme. Mi dice che per questo lo minacciarono di morte e fu salvato dal sindaco che però gli disse «Devi pregare solo per i Tutsi». Mi dice che è solo politica perché è pieno di coppie miste, di giovani che se ne fregano. Mi dice… anzi non mi dice più nulla perché uno di quelli che puliva la chiesa ci si avvicina e ci dice che sta per chiudere.
Guardo l’ora, le undici e trenta. Non sono un frequentatore, ma nel mio immaginario i luoghi di preghiera sono sempre aperti.
Il vecchio prete mi accompagna un pezzo. Mi accorgo che, come me, nell’andare verso l’uscita, ha finito per dare le spalle al crocefisso. Al fantasma. Senza farsi alcun segno. Io ho le mie scuse, lui non so che scuse abbia.
Esco. L’ospedale mi guarda. Gli cammino incontro.


