Il voto alle donne ha distrutto la famiglia?
Il suffragio femminile compie gli anni e c'è chi afferma sia stato un fatale errore per l'unità della famiglia.
Il voto alle donne è stato un bene o un male per l’Italia? La domanda è tornata d’attualità in occasione delle celebrazioni di questo acquisito diritto.
A riproporre argomentazioni vecchie di ottantun anni - il suffragio femminile venne sancito il primo febbraio del 1945 - è stato l’avvocato Costantino Righi Riva, un ex candidato (perdente) a sindaco del comune modenese di Formigine per conto di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, il quale, intervenendo in consiglio comunale, ha sostanzialmente detto che far votare le donne ha rotto l’unità familiare. Che era quanto avevano previsto coloro che - uomini ovviamente - il voto volevano rimanesse prerogativa maschile.
Ne è seguito uno scontato parapiglia che, come spesso accade in questi casi, non è andato granché in profondità eppure quel che sottende questa affermazione del politico di centrodestra merita eccome di essere approfondita e lo merita perché tocca diverse questioni assai attuali.
La prima riguarda l’affermazione in sé. Ha ragione o meno? Ed è evidente che ha ragione se si intende che il voto alle donne ha comportato la distruzione di un modello familiare basato su una idea d’inferiorità delle donne. La base concettuale di quello che viene oggi chiamato “patriarcato” e che fino a ieri si chiamava solo e soltanto “famiglia tradizionale”.
Il diritto di voto alle donne ha sancito un diritto di parola: cioè che le idee delle donne potessero avere cittadinanza, potessero avere parte nel dibattito pubblico, potessero contare come quelle degli uomini.
Prima di allora c’era una legale discriminazione di genere: se hai il pisello voti e se non lo hai no. Fine.
Oggi la legale discriminazione è superata e il fatto che Giorgia Meloni sia presidente del consiglio dei ministri, ne è la più evidente dimostrazione.
È doveroso sottolineare che Meloni non è presidente del consiglio in quanto donna. Nel senso che non lo è in quanto portatrice di istanze femminili, ma lo è in quanto incarnazione del pensiero della destra italiana senza alcun connotato di genere.
Nonostante il suo “sono una donna, sono una mamma, sono cristiana”, Giorgia Meloni non ha mai rivendicato o voluto incarnare rivendicazioni al femminile, basti pensare a quando, ad inizio mandato, ha sottolineato il voler dirsi “presidente” e non “presidentessa” del consiglio di ministri.
Attenzione, la mancata declinazione del titolo al femminile non è stata una posa conservatrice, ma un atto di sostanza. Una Meloni, anche se dai blandi connotati femministi, non avrebbe mai potuto incarnare i valori della destra, oggi elettoralmente maggioritaria in Italia.
E arriviamo al secondo punto ovvero l’idea che il voto alle donne sia stato una iattura per la famiglia tradizionale: quanta cittadinanza ha questa convinzione in quello che viene chiamato il “Paese reale”? Cioè in quanti in Italia la pensano così e, soprattutto, pensano che questo sia un male?
Pur rimanendo la domanda aperta, nel senso che non esiste una risposta puntuale, qualche indizio lo abbiamo. Il diritto alle donne ha sicuramente portato con sé alcune correlate rivoluzioni come il diritto all’aborto, il diritto al divorzio, tutte le innovazioni repubblicane al diritto di famiglia e, infine, oggi al discutendo provvedimento di legge sulla violenza carnale.
Tradotti: diritto di parola delle donne nella gravidanza, diritto di parola delle donne nella fine di una storia d’amore o per lo meno matrimoniale, diritto di parola delle donne nel consenso ad avere un rapporto sessuale.
Se le donne non avessero diritto di voto tutto questo non sarebbe e se fosse, sarebbe diverso, perché metà della popolazione italiana ovvero metà delle idee e dei pensieri circolanti nella nazione non avrebbero diritto civile. Sarebbe, insomma, un’altra Italia. Una mezza Italia. Sarebbe un’Italia migliore? Alcuni la pensano così e non sono in pochi. Sicuramente lo sono tutti quelli che vorrebbero che divorzio, aborto venissero rivisti e che invitano alla cautela sull’identificazione del reato di violenza carnale.
Terzo ed ultimo punto sul quale, a mio avviso, l’intervento dell’avvocato Costantino Righi Riva ci induce a riflettere è il fatto che allargare il diritto di cittadinanza comporta conseguenze a catena. Oggi il discrimine del diritto di parola non riguarda le donne, che possono votare, ma riguarda per esempio i migranti.
Le conseguenze sono molteplici, una tra tutte sono le stragi in mare. Se chi è arrivato qui, magari a bordo di una di quelle barche di fortuna, magari sopravvivendo a una di quelle tragedie, potesse votare, probabilmente saremmo molto meno sordi a chi quotidianamente affoga nel nostro Mediterraneo. O forse ci accorgeremmo di tutte le discriminazioni etniche su cui è puntellata la nostra società, il nostro modello economico e persino quello culturale.
Ampliare i diritti di cittadinanza vuol dire - come dimostra il voto alle donne - ampliare il numero di persone con il diritto di parola e quindi il numero di idee circolanti. Che poi sarebbe la base per il successo e la fattiva espressione di una democrazia.



