La vita della roba
Quanto vale una vita umana? La domanda, lo chiarisco subito, è sincera: non ho una risposta da dare e neppure ho una qualche tesi precostituita.
Me la sono fatta alla notizia, purtroppo uguale a tante altre già sentite, dell’uccisione del trentottenne topo di appartamenti, Adamo Massa, pugnalato a morte dal proprietario della villetta che era andato a “visitare”, cioè a dire il trentatréenne Jonathan Rivolta.
Non sto a discutere la legittima difesa, saranno i giudici e non certo i social a sancire una verità giuridica, e, per quanto mi riguarda, immagino lo spavento del trentatréenne a trovarsi in casa dei rapinatori. E la paura e un coltello han sicuramente fatto il resto.
E guardate, anche se nessuno lo ha scritto, sono abbastanza certo che Jonathan Rivolta avrà ben bene da lottare con la consapevolezza di aver ammazzato, pur con tutte le ragioni del mondo, un suo coetaneo.
Quindi, lasciando il dramma al dramma e senza semplificarlo, resta per me martellante la domanda di quando valga una vita o se vogliamo: quanto valga la “roba”, le cose, gli oggetti.
Perché guardate che tutto ruota intorno a questo: oggetti difesi, oggetti rubati.
Non occorre essere Sherlock Holmes per capire che Adamo Massa non aveva nessuna intenzione di ammazzare quando è entrato nella villetta di Sant’Antonino Ticino e sono altrettanto certo che Jonathan Rivolta non abbia certo ucciso per difendere qualche suppellettile, seppur la più preziosa immaginabile.
Eppure la vicenda di fondo, ogni vicenda che ha come protagonista chi ruba e chi si difende da una ruberia, è sempre quella della “roba”.
Ho ovviamente pensato a me stesso, a casa mia, e a cosa si sono portati via quando l’hanno visitata. Sono stato probabilmente fortunato a non essere in casa quando è accaduto. Sono stato fortunato a non essere stato sorpreso avendo un coltello a portata di mano. Sono stato soprattutto fortunato a non dovermi oggi chiedere “quando vale una vita umana?” subito dopo averla portata via a qualcuno.



