Il "mio" Francesco Guccini
Ricordo la gita a Pavana, la sua casa nella quale ci si infila per quella strada sbieca e antipatica da prendere, che mi sembra fosse sterrata… ma forse sbaglio o forse non è più così.
Davanti a Guccini, seduto in meritata ombra estiva, ci ritirammo per pudore. Ci bastava averlo visto, approfittare della sua cortese familiarità ci sembrava invasione maleducata.
Poi ci rifugiammo nelle sue rime e in quel bar che lui già da un po’ a stento frequentava. Un panino al salame e una birra, guardando l’asilo e poi tutt’intorno.
Ci ho visto “Vorrei” e quel suo incipit, quel suo “Vorrei conoscer l’odore del tuo paese”.
Pavana ovviamente non è “quel paese”, ma io quella canzone, per me la più bella canzone d’amore, poi me la sono sempre figurata lì.
Sarebbe facile e vero dire che, complice il giradischi e gli LP dei miei, ci sono cresciuto con le canzoni di Francesco Guccini.
Ma più vero ancora è che certe sue parole hanno accompagnato momenti e, talvolta, scelte di questi miei quasi undici lustri.
“L’Avvelenata” è stata la rabbia della mia adolescenza.
A “Bisanzio” devo lo sdoganamento per l’amore per la storia, quella con la “s” minuscola.
“Amerigo” mi raccontò come nessun altro aveva saputo fare di mio nonno partito per le miniere del Belgio.
“Eskimo” e il suo “E alcuni audaci in tasca l’Unità” hanno accompagnato il mio scrivere da New York per il giornale fondato da Antonio Gramsci.
“La bambina portoghese” ci svelò il sesso di mia figlia. “È una bambina” mi disse, mentre ascoltavamo quella canzone, la mamma con il pancione. Eravamo all’ultimo o penultimo concerto pubblico di Guccini.
“E un giorno” racconta benissimo il destino, anche il mio, di padre.
“Autogrill” è un posto che conosco, non quello della canzone ovviamente. Ma quel posto assurdo lì vicino all’Idroscalo di Milano dove “i sogni miei segreti li rombavano via i TIR”.
“Vorrei”, vabbè, è il mio amore maturo o come si chiama l’innamorarsi quando già la barba imbianca.
Sapevamo tutti che il ragazzaccio perdeva colpi. A Bologna qualche anno fa mi dissero qualcosa a riguardo con rabbia. Rabbia per la sua voce che sbandava, sottintendendo che anche il suo pensiero stesse sfumando.
La gita a Pavana venne poi e fu un motivo in più per lasciarlo in pace.


