Pasqua, la resurrezione e qualche effetto speciale
Tra eclissi, vangeli e un paio di furbizie, quello che sappiamo (e quello che ci raccontiamo) sulla morte e resurrezione di Gesù.
Pasqua cadde, nel 33 dopo la nascita di Cristo, il 5 aprile. Gesù, insomma, risorse proprio oggi, oggi di quasi duemila anni fa.
È sempre difficile che gli studiosi concordino proprio tutti su qualcosa, figuriamoci una cosa così, però in questo caso il cielo ci ha dato un aiutino. Gli astronomi, compresi quelli della NASA, sono infatti certi che quel venerdì 3 aprile, cioè in concomitanza con la crocifissione, ci fu un’eclissi di Luna.
Eclissi che trasformò il nostro satellite naturale in un disco insanguinato: il che, sull’onda di Gioele (3,4) “Il Sole si cambierà in tenebre e la Luna in sangue, prima che venga il giorno grande e terribile del Signore”, fin troppo evocherebbe i vangeli di Matteo, Marco e Luca laddove dicono “a mezzogiorno si fece buio su tutta la Terra”.
Al solito tutti gli evangelisti tranne Giovanni, il discepolo preferito del Cristo, che a differenza di Marco e di Luca, all’Ultima Cena c’era davvero ed è solo grazie alla sua testimonianza che tutti sappiamo che l’Agnello di Dio è Gesù.
A dar retta a Matteo e a quei copioni di Marco e di Luca, infatti, l’Ultima Cena era una cena pasquale. Giovanni invece dice che la cena pasquale il Figlio di Maria non la fece affatto, essendo stato ucciso il quattordicesimo giorno del mese di Nisan a mezzodì. Con dovizia di particolari l’evangelista ci descrive che mentre avveniva la crocifissione, i sacerdoti stavano sacrificando gli agnelli. Da qui, appunto, l’espressione “Agnello di Dio” e tutta la derivata iconografia a noi stranota.
Comunque sia nessuno mette in dubbio che il venerdì ci fu processo, sentenza e pena capitale. Che per via del fatto che il sabato, come da tradizione ebraica, nulla dovesse essere fatto, la deposizione nel sepolcro fu eseguita in fretta e furia il venerdì sera. E che la resurrezione avvenne la domenica. Parentesi: si chiama “domenica”, cioè giorno del Signore, proprio per questo.
La questione della resurrezione è ovviamente tutta roba di fede: o ci credi o non ci credi. Restando al Cristo storico non si può non annotare che per noi, eredi degli antichi romani, la resurrezione fu un colpaccio. Primo non c’era un corpo da andare a venerare e questo ci tolse nell’immediato una bella grana con i suoi seguaci. Secondo, nei secoli secoli dei secoli, ci assolse dal fatto che noi, il popolo cristiano per antonomasia, avevamo ammazzato il Figlio di Dio. Essendo resuscitato siamo colpevoli a metà. Non fu proprio omicidio, per così dire.
Io credo che, credenti o meno, in giorni come oggi sia difficile non chiedersi che cosa avrebbe pensato Gesù di tutto quello che da lui, a sua insaputa, si è generato. Restando ovviamente aperta questa insolubile domanda, mi viene da annotare che se in questi nostri giorni qualcuno andasse a giro a dirsi Figlio di Dio, nella migliore delle ipotesi, gli faremmo un TSO. E se uno andasse a professare quel che disse lui riguardo a crune, aghi e cammelli, nella migliore delle ipotesi gli darebbero della zecca rossa.
La cosa amaramente ironica è che la venerazione del Cristo negli ultimi duemila anni è avvenuta proprio per quella roba da TSO, l’essersi detto Figlio di Dio, e quanto ai suoi insegnamenti…
… va beh, meglio non pensarci troppo, ché oggi è giorno di banchetti, di uova, di doni, di inenarrabili leccornie così buone da far resuscitare i morti. In Italia, intendo, non in Palestina.


