Coi propri occhi
Una marcia contro le fake news. Fu questo quello che gli americani obbligarono alcune centinaia, forse mille cittadini di Weimar a fare. Dieci chilometri, due ore a passo lento, per arrivare fino a Buchenwald e fare quello che sarà poi soprannominato “il tour dell’orrore”.
Vedere, insomma, il male in presa diretta. Le conseguenze reali. Ad accoglierli c’erano i camion con cadaveri su cadaveri impilati. Si trattava dei prigionieri che le SS non erano riuscite a cremare.
La liberazione di Buchenwald, infatti, ha una storia particolare, perché quando i militari della Terza Armata arrivarono ai suoi cancelli, era già libero. Alle 14.30 dell’11 aprile i prigionieri, con armi tramandate negli anni tra i deportati, erano riusciti a ribellarsi e a prendere il controllo delle torrette di guardia, a catturare coloro tra i loro aguzzini che ancora non si erano dati alla vigliacca fuga.
I mille di Weimar, superati i cosiddetti “camion della morte”, arrivavano poi allo Stall, quello nel quale i nazisti dicevano ai soldati sovietici di appoggiarsi al muro per eseguire la misurazione dell’altezza corporea, salvo sparare loro un colpo alla nuca attraverso una apposita fessura.
Da lì, il “tour” continuava ai forni crematori. Le ossa degli ultimi ancora esposte, bianche di cenere.
Quindi i “sopravvissuti”: migliaia di uomini che pesavano tra i 30 e i 40 chili, con gli occhi infossati e le uniformi a righe sporche, che osservavano quei civili tedeschi con un misto di odio, vuoto e incredulità.
Il tutto terminava in una specie di museo delle atrocità. In mostra, pezzi di pelle conciata prelevati dai cadaveri dei prigionieri che avevano tatuaggi particolari.
Infine, lampade e altri piccoli oggetti che fu spiegato che fossero stati fabbricati con pelle umana.
Esistono filmati e altre testimonianze di quel primo tour. Nonostante il fumo dei forni crematori fosse ben visibile da Weimar, nonostante molti cittadini lavorassero in fabbriche dove erano impiegati prigionieri provenienti dal campo, i più dissero che non sapevano nulla, che non avrebbero mai immaginato, che quell’orrore era più di qualsiasi orrore immaginabile. Qualcuno svenne. Tantissimi piansero.
A distanza di poco meno di un secolo, ogni volta che questa storia mi torna in mente, mi chiedo sempre se io, se noi, stiamo vedendo il fumo dei forni crematori del nostro tempo o se stiamo preferendo non vedere.



Dio non voglia ma ci sono già evidenti sintomi involutivi che ci porteranno all'autoestinzione.