Diario Quotidiano

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Cronaca di una fuga in barca a vela

Lasciare il porto mentre la città dorme. Riflessioni sulla libertà e sul respiro del mare.

apr 07, 2026
∙ A pagamento

L’uomo mi guarda perplesso, si aspettava quattro persone. «Gli altri arrivano domani all’alba», mento mentre controlla la mia patente nautica.

Il porticciolo è uno di quelli secondari di Genova, una di quelle marine trasformate in ricoveri per i diportisti. Gli ormeggi sono intorno a banchine mobili. Un serpentone che qui e lì si dirama.

Se conosci la via arrivi a un ristorante senza tante pretese, ma una terrazza affacciata sul bosco degli alberi delle barche a vela che ondeggiano al ritmo di onde che si fanno guerra dietro la muraglia artificiale.

Pizza, birra. Qualcuno mi riconosce, ero qui quando partì la Flotilla. Un cenno e niente di più. Quando è abbastanza tardi, raggiungo la cabina.

In porto le barche si parlano, le sartie tese a tenere su gli alberi senza vele suonano come corde di strumenti scordati, ma che contengono tutti i suoni che vuoi sentirci. I marinai si addormentano con queste improvvisate ninnananne, decise e portate dal vento.

E così si svegliano, stesse corde scorda…

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