Cronaca di una fuga in barca a vela
Lasciare il porto mentre la città dorme. Riflessioni sulla libertà e sul respiro del mare.
L’uomo mi guarda perplesso, si aspettava quattro persone. «Gli altri arrivano domani all’alba», mento mentre controlla la mia patente nautica.
Il porticciolo è uno di quelli secondari di Genova, una di quelle marine trasformate in ricoveri per i diportisti. Gli ormeggi sono intorno a banchine mobili. Un serpentone che qui e lì si dirama.
Se conosci la via arrivi a un ristorante senza tante pretese, ma una terrazza affacciata sul bosco degli alberi delle barche a vela che ondeggiano al ritmo di onde che si fanno guerra dietro la muraglia artificiale.
Pizza, birra. Qualcuno mi riconosce, ero qui quando partì la Flotilla. Un cenno e niente di più. Quando è abbastanza tardi, raggiungo la cabina.
In porto le barche si parlano, le sartie tese a tenere su gli alberi senza vele suonano come corde di strumenti scordati, ma che contengono tutti i suoni che vuoi sentirci. I marinai si addormentano con queste improvvisate ninnananne, decise e portate dal vento.
E così si svegliano, stesse corde scordate, altre improvvisazioni.
Il motore borbotta di controvoglia. I suoi gargarismi cancellano ogni nenia. Il mare del porto è piatto. Basta un colpetto di acceleratore e la barca abbandona il suo rifugio e prende la via. Evito, più per intuizione che per consapevolezza, le trappe e riesco a uscire nel bacino portuale. Accelero e guadagno l’uscita.
Le inconfondibili luci dei pescherecci mi fanno compagnia. Più lontana una gigantesca nave da crociera evidentemente aspetta il via libera all’ingresso. Dormono le portacontainer in ordinata fila indiana.
Superate le segnalazioni verdi e rosse, metto la prua al vento e faccio tacere il borbottio. La vela sale senza intoppi, morbida come stendardo in un alzabandiera senza vento.
Il timone contrasta una qualche corrente e piano il naso della barca segna la via. La vela si riempie cazzando la cima. Lo sciabordio si fa ritmato. La prua comincia a ritagliare di bianco l’azzurro del mare.
Ormai le barche sono più plastica che altro, eppure tra vento e mare puoi riconoscere un rumore di legno. Non è memoria di quello che era. Sono le cime. Quelle che sfidando la scaramantica malasorte qualcuno dice corde.
Nodosi grovigli di mille tessuti. Si bagnano e asciugano. Si rilassano e irrigidiscono. Sono i tendini delle imbarcazioni. Il loro muoversi è arte e intuito, tecnica e sapere. Io resto un neofita che si incanta al loro cantare che sembra quello del legno che si contorce al cambiar del tempo.
Il sole caccia la notte. La barca finge di farsi governare, in realtà mi porta dove vuole. Non ho meta. Ho ore. Quelle che mi separano dal dover tornare in porto e restituire la signora che mi sta ospitando.
Guardo la costa e il suo svegliarsi. Le finestre che si illuminano. Lo stendere i panni. Le auto dei primi lavoranti. C’è la casa di decennali amici da queste parti. La tentazione è chiamarli. La tentazione è dire che quella vela sono io. Poi… poi però prevale il mare.


